Benvenuta nello spazio, interamente dedicato a storie di empowerment femminile. Una comunità di donne eccezionali che si sostengono e autopromuovono fra di loro.

Qui condivideremo i racconti di figure storiche e le vicende di donne contemporanee con l’intento di ispirare, celebrare e sostenere tutte le donne nelle loro sfide quotidiane piccole o grandi che siano.

Da oltre 70 anni, siamo impegnati nella creazione di capi che permettano alle donne di muoversi ed esprimersi liberamente, sentendosi allo stesso tempo bellissime. E’ giunto il momento di riaffermare il nostro impegno dando voce e visibilità al lungo cammino verso l’emancipazione, l’autostima, la determinazione e la coscienza di sé.

Questa campagna è realizzata in collaborazione con il giornalista Carmelo Abbate per tanti anni inviato speciale del settimanale Panorama, ora artefice del progetto digitale multimediale “Storie degli Altri” (Stories and People), che si articola in diversi canali: social network, sito Internet, libri, podcast, video, e nuovi format che in un anno e mezzo hanno raggiunto in modo organico una comunità di oltre mezzo milione di donne.

 

ELSA MORANTE

Lei è Elsa. Vive a Roma. Ha 25 anni. È una ragazza schiva, si mantiene dando ripetizioni, intanto pubblica racconti e sogna di fare la scrittrice. È il 1936. Elsa ripone negli scaffali l’ultimo libro di Alberto Moravia. È rapita, stregata, non ha mai letto niente di più bello. Chiede, si informa, riesce a sedersi alla stessa tavola del famoso scrittore. Elsa ascolta, beve, non spiccica parola. Al momento dei saluti lo guarda dritto negli occhi e gli mette tra le mani le sue chiavi di casa. Seduti sul letto, si raccontano come due libri aperti. Elsa ammira lo scrittore, ma ama l’uomo ancora di più. Si rivedono, ridono, litigano, fanno la pace sulle spiagge di Capri. Elsa vive alla giornata, confeziona i suoi vestiti da quelli dismessi di Alberto. Dice che vuole risparmiare, è solo una scusa per sentirlo addosso. Si scrivono lunghe lettere, Elsa lo prega di lasciare quelle donnette insulse che ancora frequenta. Alberto promette solo una cosa. Ti amerò sempre, Elsina mia. È il 1941. Elsa e Alberto si sposano, vivono in una bella casa, lavorano fianco a fianco. Elsa scrive come una furia, finalmente pubblica il suo primo romanzo. È un successo, ma non se lo gode. Alberto fa tardi la sera, a volte scompare per giorni interi. Elsa si conficca le unghie nel viso, rompe tutto quello che le capita a tiro. Gli rinfaccia i tradimenti, le promesse infrante, minaccia il divorzio, poi esce e gli rende pan per focaccia. Il rapporto si logora, Elsa e Alberto portano avanti due vite distinte. Passano gli anni. Elsa Morante è una famosa scrittrice, la prima donna vincitrice del Premio Strega. Viene accolta ovunque con grandi onori, ma una volta a casa, è sola. Alberto è ancora suo marito, ma è lontano, chissà dove, e con chi. Elsa cerca rifugio tra le braccia di un giovane pittore, ma lo perde in un incidente. La solitudine prende il sopravvento. Si mette a letto, aspetta di morire. Sogna il suo amore perduto, le sembra quasi di sentire la sua voce. Apre gli occhi. Non sta sognando, Alberto è al suo capezzale, le stringe la mano. Ti amerò sempre, Elsina mia.

 

BRIGITTE BARDOT

Lei è Brigitte. Nasce a Parigi nel 1934. Cresce in una bella casa, ha tanti vestiti, tanti giocattoli, ma è sola. Il padre lavora tutto il giorno, la mamma ha da fare con la sorellina, e non la degna nemmeno di uno sguardo. Brigitte piange, singhiozza, pesta i piedi, poi corre in camera, accende la musica, e si lascia andare. Balla a occhi chiusi, sogna un abbraccio caldo, avvolgente. Ha 15 anni, posa per alcune riviste di moda. I suoi occhi furbi e le labbra sempre imbronciate fanno perdere la testa agli uomini, e anche alle donne. Brigitte si ritrova sommersa di attenzioni e complimenti, balsamo per il suo cuore affamato di amore. Si lascia alle spalle i giorni di solitudine e si butta a braccia aperte nella nuova vita. Lavora come modella, canta, recita in film di successo. Brigitte Bardot diventa una diva e un’icona di stile. Osa, stupisce, diverte, si diverte. Cammina scalza, indossa il bikini in pubblico e dà scandalo per le strade di Cannes, mette in fila quattro mariti, molti amanti, un figlio. È la donna più corteggiata e invidiata di Francia. Quando arriva la sera, si chiude nella sua grande casa, accende la musica e balla da sola. È il 1973. Brigitte ha 39 anni. Sta girando un film, nella scena è prevista anche una capretta. La proprietaria dice agli attori di sbrigarsi, quell’animale è destinato allo spiedo. Brigitte resta di sasso. Fissa gli occhi della capra, ci vede una bambina sperduta e impaurita. Le sue viscere si contorcono, una rabbia incontrollata la assale. Si aggrappa all’animale, urla come una furia. Non azzardatevi a toccare questa creatura! La porta a casa, la riempie di coccole e baci. Passano i mesi. Le riprese finiscono, Brigitte fa un annuncio. Da oggi B.B, la diva che tutti voi amate, non esiste più, finalmente ho trovato qualcosa che mi rende felice, e non ho intenzione rinunciare. Lascia il cinema, fonda un’associazione, si dedica a tempo pieno agli animali. Oggi Brigitte ha 87 anni, la sua villa a Saint-Tropez è un rifugio per tutte le creature abbandonate, un luogo ricco di giochi, musica, e amore.

 

ALDA MERINI

Lei è Alda. Nasce a Milano nel 1931. È una bambina sensibile, legge tanto, scrive poesie. La madre storce il naso. Le femmine devono pensare a fare le mogli. Il padre sorride, la prende sulle ginocchia, sfogliano i libri insieme. È il 1943. Alda ha 12 anni. Sta facendo i compiti, d’improvviso c’è un boato, trema tutto. Sono i bombardamenti! Alda si rifugia sottoterra, quando riemerge la sua casa non c’è più. Scappa in campagna, lavora nelle risaie, stringe i denti, appena può scrive versi, la poesia è la sua unica amica. Passano tre anni. La guerra è finita, Alda torna in città, riprende la scuola e si rimette a scrivere. Il padre questa volta non sorride. Figlia mia, lascia stare, di poesia non si mangia. Alda prova ad ascoltarlo, ma è più forte di lei. Passa il tempo. Ha 18 anni. Conosce un uomo, si chiama Ettore, fa il panettiere. Si sposa, diventa mamma di quattro bambine, finalmente è libera di scrivere come e quando le pare. Ma qualcosa non va. Un momento è felice, quello dopo urla, piange, distrugge tutto. Il marito non sa che fare, chiama l’ambulanza. Alda si ritrova in ospedale, la diagnosi è terribile. Disturbo bipolare. In un attimo tutto cambia. Le figlie vanno in affido, Alda finisce in manicomio. È annebbiata dai farmaci, svuotata dall’elettroshock, ma ha fame di vita. Punta le unghie e si trascina fuori dalle tenebre. È il 1983. Dopo quasi dieci anni, Alda viene dimessa. Bussa alla porta della sua vecchia casa. Il marito è morto per un brutto male, le sue bambine si sono rifatte una vita. Alda fissa il baratro, poi guarda dentro di sé, cerca una luce, e la trova. Scrive come una forsennata, i suoi libri hanno successo, e le assicurano pure il pane sulla tavola. Passano gli anni. Alda Merini è diventata una poetessa affermata, ha vinto i suoi demoni, ha trovato il suo equilibrio, ma quando le figlie ormai adulte vanno a trovarla, non ha il coraggio di guardarle negli occhi. Sono una pazza, una madre degenera, una fallita. Emanuela, Barbara, Flavia e Simona la riempiono di baci e asciugano le lacrime della loro mamma.

 

ANTONELLA

Antonella è avvocata romana, sommelier e attivista per i diritti delle donne.
Si definisce una persona inquieta, si batte ogni giorno per un mondo migliore. Mette la sua persona al servizio di un obiettivo: far emergere il contributo delle donne nei grandi cambiamenti della storia. Ha cercato di trasmettere questi valori anche ai figli, oggi la sua più grande soddisfazione è prendere coscienza che ce l’ha fatta.

 

MARIA MONTESSORI

Lei è Maria. Nasce a Chiaravalle, nelle Marche, nel 1870. La sua famiglia è benestante, Maria riceve una buona educazione. Sogna di fare l’attrice, l’ingegnere. Si iscrive all’università, è la prima matricola donna. I compagni la guardano storto, Maria fa la dura, finché si trova sotto gli occhi un cadavere da sezionare. Non aveva mai visto un uomo senza vestiti. Dissimula l’imbarazzo con una risata. È il 1896. Maria si laurea alla Sapienza di Roma, lavora in un ospedale psichiatrico, conosce Giuseppe, un collega geniale e simpatico. Scocca la scintilla. Si mette a dieta, si strizza nei corsetti, non è mai stata così felice. Ha 28 anni. Resta incinta. Giuseppe, che si fa, ci sposiamo? Il grande uomo batte in ritirata. Maria non vuole scandali, partorisce in gran segreto, si strappa le carni e dà il piccolo Mario in affido. Pensa alla carriera, riversa tutto il suo amore sui bambini. Lascia la medicina e si concentra sulla pedagogia. Studia, esplora nuove vie di insegnamento, i suoi sistemi si diffondono, diventano un metodo. Maria fonda nuove scuole, si dedica anima e corpo ai piccoli, ma appena può scappa a trovare il figlio, che intanto è cresciuto e conosce la verità. Maria non regge più la lontananza. Il ragazzo lascia il collegio ed entra ufficialmente a far parte della sua vita, anche se davanti agli altri la chiama nonna. Nessuno deve sapere. Mamma e figlio viaggiano, vanno in Spagna, Olanda, poi in India. È il 1940. La guerra infuria. Agli inglesi prendono i cinque minuti. Cosa ci fanno due italiani nelle loro colonie? Maria si ritrova agli arresti domiciliari, il figlio finisce dietro le sbarre. Non si dà pace, proprio quando l’aveva ritrovato. È agosto, il giorno del suo compleanno. Riceve un biglietto d’auguri dal viceré inglese. Mi scuso per il malinteso, anche suo figlio è stato rilasciato. Maria sgrana gli occhi. La verità è svelata, scritta a chiare lettere su un documento ufficiale. Maria Montessori dà un bel calcio alla morale, stringe il suo ragazzo tra le braccia e non lo lascia più.

 

PATTI SMITH

Lei è Patricia. Nasce a Chicago, negli Stati Uniti, nel 1946. La madre fa la cameriera, il padre lavora in fabbrica. Patricia è una bambina fragile, si ammala spesso. Confinata a letto, divora un libro dietro l’altro, la sua fantasia galoppa, sogna un futuro pieno di avventure e di colori.

Ha 16 anni. È magra, allampanata, un groviglio di capelli scuri e una frangia tagliata male. Patricia si vergogna di quel corpo androgino, senza forme. Un giorno, durante la lezione di pittura, scopre Picasso. Patricia fissa i suoi dipinti a bocca aperta. Le donne ritratte dall’artista le somigliano. Sono sottili, spigolose, eppure emanano un fascino irresistibile. Si guarda allo specchio, per la prima volta si trova bella. Studia all’accademia d’arte, lavora in fabbrica, ma quell’esistenza grigia non la soddisfa.

Ha 20 anni. Patricia resta incinta, il fidanzato si dilegua. È sola, senza soldi, né prospettive. Ingoia le lacrime, prende la decisione più dura della sua vita. Partorisce e dà la figlia in adozione. Una parte di lei muore quel giorno. Ma da quelle ceneri rinasce una donna forte, determinata a onorare la vita, a darle un significato. Lo deve a se stessa e a quella bambina. Molla tutto e parte per New York. Dorme per strada, divide le sventure con un ragazzo di nome Robert. Vivono alla giornata, parlano di libri, arte, musica. Patricia gli fa leggere le sue poesie, Robert è colpito. Perché non le trasformi in canzoni? Patricia si ritrova sul palco, canta, e il pubblico va in visibilio. La sua musica piace, i suoi dischi scalano le classifiche, il suo corpo androgino fa impazzire i fotografi.

È il 1975. Patti Smith, è la sacerdotessa del rock. Incontra un uomo, si innamora, resta incinta. Il passato bussa alla porta, ma Patricia non ha più paura. Abbandona le scene, si ritira a vita privata con il compagno, fa la mamma a tempo pieno.

Oggi Patricia ha 75 anni, scrive, disegna, e quando torna sul palco fa ancora scintille. Diventare madre è stata la più grande delle avventure. Spera di aver reso onore a quella figlia mai conosciuta, che ha riempito di colori la sua vita.

 

ROSA PARKS

Lei è Rosa. Nasce nel 1913 a Tuskegee, negli Stati Uniti. La madre è un’insegnante, il padre fa l’operaio. Ha 4 anni. I genitori si separano. Rosa si trasferisce dai nonni. Vive in una fattoria, insegue le cavallette, si sdraia in veranda e ascolta i racconti del nonno. Ha lavorato nelle piantagioni, parla di uguaglianza e di diritti. Paroloni che Rosa non conosce, ma lo sguardo fiero del nonno accende una fiammella dentro il suo corpo. Inizia le Elementari.

La classe è spoglia, solo qualche sedia qua e là. Rosa alza la mano. Maestra, perché non abbiamo i banchi? La risposta è uno schiaffo. Quelle cose sono per i bianchi, non per noi. Rosa sgrana gli occhi. Intanto non può salire sul pulmino della scuola, bere l’acqua dalle fontane, entrare in certi negozi, andare in biblioteca. Prova a protestare, ma gli altri stanno zitti. È sola. Anche sua madre la esorta ad abbassare la testa. Rosa cresce, ha 19 anni. Lavora come sarta. Conosce Raymond, un barbiere che non ha paura di far sentire la sua voce. Parla di uguaglianza e di diritti, come suo nonno. Rosa si innamora del suo sguardo fiero, lo sposa. Frequenta gruppi che combattono il razzismo, tocca con mano la sofferenza, i linciaggi, i soprusi. Troppo dolore. Rosa vorrebbe tapparsi le orecchie, invece ascolta e custodisce ogni parola nel suo cuore.

È il 1955. Rosa ha 42 anni. Esce dal lavoro. È stanca, infreddolita, non se la sente di tornare a piedi. Prende l’autobus, si siede, guarda fuori dal finestrino. D’improvviso qualcuno picchietta sulla sua spalla. È l’autista. Indica un passeggero, un bianco. Alzati, e cedigli il tuo posto! Rosa sente le viscere contorcersi, ma è la legge, bisogna rispettarla. Fa per chinare la testa, nella sua testa rimbomba la voce del nonno, del marito, delle migliaia di persone che ha ascoltato. Rosa fa un grande respiro, poi alza lo sguardo. No! L’autista sgrana gli occhi. Cosa hai detto? Rosa non si scompone. Ho detto di no, io da qui non mi muovo. Arriva la polizia. Rosa Parks si fa mettere le manette, senza discutere. Si sente forte, finalmente libera.

 

 

MARGHERITA HACK

Lei è Margherita. Nasce a Firenze nel 1922. È una bambina solitaria, con un bel caratterino. Rifiuta la carne, mangia solo verdure, ama i gatti. Cresce, studia, ma quando si ritrova chiusa in un’aula, si annoia da morire. Margherita ha bisogno d’aria, adora andare in bicicletta, fare sport. Basket, pallavolo, atletica, poi scopre il salto in alto, ed è subito amore. A ogni stacco le sembra di volare, su, sempre più su, fino alle stelle.

Stelle? Chissà quali leggi regolano la vita nell’atmosfera. Margherita fissa il cielo, vuole capire. All’università studia Fisica. Mentre tutti stanno piegati sui libri, lei si attacca al telescopio. I suoi occhi viaggiano nello spazio siderale, si posano su una stella. Si chiama Zeta Tauri, in apparenza è uguale alle altre, ma a guardarla bene, il suo comportamento è diverso, strano, unico. Proprio come lei. Margherita si appassiona, fa nuove scoperte, ha capito cosa vuole fare nella vita, la scienziata. Si laurea piena di fiducia, ma si ritrova a scrivere istruzioni per le macchine fotografiche. Margherita barcolla, lontana dal cielo non trova l’equilibrio.

È il 1944. Incontra Aldo, un uomo intelligente che la ascolta e la rispetta. Si sposano, mentre scoppia la guerra. Una cerimonia breve, senza fronzoli, come la casa in cui vanno a vivere. Sostenuta dall’amore, Margherita si sente libera di volare. Scrive per riviste scientifiche, partecipa a convegni, collabora con la Nasa. Negli anni Sessanta la chiamano a Trieste, è la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico. Si impegna in politica, lotta al fianco delle coppie omosessuali. In pubblico si accende, trascina, è una grande oratrice. Appena parte non si ferma più, il marito siede sempre in prima fila, e appena arriva l’ora, la riporta con i piedi per terra. Oh Marga, l’è ora di andare a casa!

È il 2013. Margherita Hack ha 91 anni, si prepara per il suo ultimo viaggio. È stata un’astrofisica, una divulgatrice, un’attivista. Una donna che non ha avuto paura di osare. Perché studiando le stelle, ha imparato che nella scienza, come nella vita, bisogna essere ribelli.

 

GRAZIA DELEDDA

Lei è Grazia. Nasce a Nuoro, in Sardegna, nel 1871. La sua famiglia è benestante. La madre è una donna severa, il padre si diletta con la poesia. Grazia legge sempre, ovunque. Finisce la quarta Elementare, i genitori le dicono che è tempo di lasciare la scuola. Grazia non capisce, le piace tanto. Semplice, perché sei una femmina. Grazia serra le braccia, e in qualche modo la spunta. Studia a casa con un precettore, poi continua da sola.

Ha 17 anni, invia un racconto a una rivista, e incredibile, glielo pubblicano! Grazia festeggia, mentre in paese si grida allo scandalo. Anche il parroco è contro di lei. I genitori tentato di farla ragionare, le spiegano che le donne badano alla casa, funziona così. Grazia tira fuori il taccuino. Mamma, papà com’era l’ultima frase? Me la segno per il prossimo racconto. Grazia continua a scrivere, ma quando mette un piede fuori di casa, trova terra bruciata. Ha bisogno d’aria. Fa le valigie e parte per Roma, la capitale della cultura. Lì di sicuro non la giudicheranno. Non è proprio così. Scrittori e intellettuali la guardano dall’alto in basso. È una donna, e senza istruzione. Dove crede di andare? Grazia punta i piedi. Da qui non mi muovo.

Ha 29 anni. Incontra Palmiro. È un uomo schietto, gentile e senza pregiudizi. Entra con garbo nei suoi pensieri e nella sua vita. Sono marito e moglie. Grazia è felice, ma ha un peso sul cuore. Davvero ti sta bene se faccio la scrittrice? Palmiro balza in piedi. Perbacco se mi va bene, anzi, mollo il mio lavoro e ti faccio da agente. Grazia e Palmiro diventano gli zimbelli della città. Una donna intellettuale e un uomo che si mette al suo sevizio, si è mai vista una tale assurdità? Grazia para i colpi con la penna. I suoi libri piacciono, e non solo agli italiani. Viaggiano oltre confine, arrivano agli occhi di una certa Accademia reale svedese.

È il 1926. Grazia Deledda vince il premio Nobel per la letteratura. Sale sul palco, mano nella mano con il marito. Sono una sprovveduta, un’ignorante se più vi piace, ma non dimenticate che sono una donna, e non ho paura di lottare.

 

TINA DAI

Ting Ting Dai è nata a Shanghai. Aveva un bellissimo lavoro, una vita con tante soddisfazioni professionali, poi ha conosciuto un uomo arrivato da Torino, si è innamorata, lo ha sposato e si è trasferita in Italia.Ora, insieme con il marito, gestisce un ristorante, dove lavorano persone provenienti da ogni parte del mondo. Un luogo di lavoro, di confronto, di crescita.

 

TATCHER MARGARET

Lei è Margaret. Nasce a Grantham, nel Regno Unito, nel 1925. Cresce tra gli scaffali della drogheria di famiglia.

Ha 10 anni. Il suo papà entra nel consiglio comunale, Margaret lo accompagna alle riunioni, ascolta, prende appunti, si diverte a distribuire volantini. La sera cucina insieme con la mamma, le piace, impara le ricette. Dopo cena, la famiglia si riunisce davanti alla radio. Ascoltano, parlano, si confrontano. Passano gli anni, Margaret si butta sui libri, vince una borsa di studio per l’università di Oxford. Si laurea in Chimica, ma la sua passione più grande è la politica.

Ha 25 anni. Si candida alle elezioni comunali. È la più giovane, e unica donna. I giornali la sminuiscono, è solo una ragazza carina. Margaret si morde le labbra. Perde, ma non ha intenzione di arrendersi. Conosce Denis, un uomo con un gran senso dell’umorismo. Lo sposa e diventa mamma di due gemelli. Gli amici consigliano di smetterla con questa storia della politica. Margaret si mette a studiare Giurisprudenza ed entra nel partito conservatore. Sogna un posto in Parlamento, ma i colleghi non la vedono di buon occhio. Una donna con due bambini non dovrebbe pensare a certe cose. Margaret affila le unghie in silenzio. Non demorde, alla fine viene scelta come deputata rappresentante di una città a nord di Londra. Rilascia la sua prima intervista, seduta sul divano di casa, con i bambini ai lati. Fioccano complimenti per il traguardo raggiunto. Ce l’hai fatta, adesso basta. Margaret si fa largo con le unghie e con i denti. Più le dicono che non può farcela, più sente che ce la farà.

È il 1979. Margaret Thatcher diventa la prima donna alla guida del Regno Unito. Sussurri e critiche si levano da ogni dove, anche i leader di altre nazioni faticano a nascondere l’imbarazzo. Margaret sorride. Ha dimostrato che una donna, una moglie, una madre può arrivare dove vuole, senza scendere a compromessi. Anzi, per noi che conosciamo i problemi del portare avanti una casa, governare un paese è molto più semplice.

 

LEILA JANAH

Lei è Leila. Nasce nel 1982 a Lewinston, negli Stati Uniti. I genitori sono immigrati indiani, si arrabattano tra mille lavori pur di non farle mancare nulla. Leila cresce in sobborgo povero e grigio. Studia tanto, durante il liceo vince una borsa di studio e vola in un villaggio del Ghana, dove insegna inglese ai bambini. Da un giorno all’altro viene catapultata nella povertà, quella vera, dura, insaziabile. Eppure, ovunque si gira, trova solo sorrisi. Le penetrano dentro, si imprimono nel suo corpo come una cicatrice. Torna a casa, grazie ai suoi voti viene ammessa all’università di Harvard, dopo la laurea trova lavoro in una grossa società.

È il 2005, Leila vola in India per dirigere un call center. Attraversa la città in risciò, una baraccopoli di fango sfila davanti ai suoi occhi, subito dopo svettano uffici e palazzi, lussuosi. Il contrasto è così forte da farle girare la testa. La vecchia cicatrice si risveglia, pulsa, brucia come non mai. Leila torna indietro, si fa largo tra la sporcizia, ferma bambini, adulti, vecchi. Voglio aiutarvi, ditemi cosa posso fare. La risposta è secca, diretta, fa male come uno schiaffo. Non vogliamo la tua carità, ma un lavoro. D’improvviso Leila ha le idee chiare. Lascia l’India e atterra in Africa. Fonda una società che offre formazione gratuita alla gente del posto, un lavoro, e anche una scuola. Molti colleghi le danno della matta, lei tira dritto.

È il 2019. Leila scopre di avere il cancro. Rinuncia ai viaggi, ma continua a lavorare da casa. Quando perde le prime ciocche di capelli, la butta sul ridere. Dopo una vita a spendere in ceretta, ora risparmio. Intanto le sue società continuano a espandersi, danno lavoro a undicimila persone. Leila vince dei premi, la chiamano imprenditrice dei poveri, ma non le piace. Il vero successo è la capacità di non arrendersi quando le cose vanno male, me l’hanno insegnato tempo fa dei bambini sorridenti. Sono proprio quei sorrisi a darle la forza per continuare a lottare, e anche se il cancro la porta via a soli 37 anni, Leila Janah sa di aver dato inizio a qualcosa di grande.

 

ROBERTA ARCURI

Il suo corpo è ricoperto da un’enorme macchia scura. I medici non sanno che pesci pigliare, i genitori sono spaventati. Che cos’ha nostra figlia? La madre la iscrive a danza. Le bambine si trovano prima nello spogliatoio, Roberta lo evita come la peste. Si cambia a casa, entra in classe coperta fino al collo. Gli amici la invitano al mare, Roberta rifiuta. Va in spiaggia solo con la madre, la mattina presto, usa sempre costumi interi.

Ha 15 anni. Apre l’armadio, prende l’unico bikini. È sola, si mette davanti allo specchio, prende il telefono, scatta una foto e la pubblica su Instagram. Oddio, cos’ho fatto?

 

ORIANA FALLACI

Lei è Oriana. Nasce a Firenze nel 1929. È una bambina ribelle, il padre è un partigiano, Oriana trasporta munizioni da una riva all’altra dell’Arno. Cresce, si iscrive all’università, ma non le piace stare sui libri. Ha bisogno di vivere, sperimentare. Lascia gli studi, si trasferisce a Milano, poi a Roma. Fa la giornalista, scrive di cronaca, costume, società, ma la vita di redazione le sta stretta. Oriana vuole vedere il mondo con i suoi occhi. Parte per il Vietnam. Tocca con mano la guerra, le devastazioni, l’orrore, poi si sposta negli Stati Uniti. Sopravvive a un attentato, affronta due aborti, tenta il suicidio, si rialza. È il 1973. Atene è nel caos a causa della dittatura, Oriana parte, spera di intervistare Alekos Panagulis, eroe della resistenza greca, un ribelle che lotta per quello in cui crede, come lei. È il 23 agosto. Oriana raggiunge Alekos, gli porge la mano, è nervosa, agitata. Lui non ci pensa due volte, la abbraccia. Grazie, mentre ero in cella i tuoi libri mi hanno salvato. Oriana lo intervista fino a notte fonda. Il giorno dopo riparte, ma il cuore la trascina di nuovo in Grecia. Questa volta esplode l’amore. Oriana e Alekos hanno caratteri forti, si sostengono, litigano, si tradiscono, non si parlano, poi sprofondano l’uno tra le braccia dell’altra. Oriana Fallaci sente di aver trovato finalmente il suo posto nel mondo, la sua dimensione, la sua casa. Vivono in Italia, ma quando torna la democrazia, Alekos viene richiamato in patria per formare il governo. Oriana ha paura, lo appoggia. È il 1976. Riceve una telefonata. Ascolta in silenzio, sente il cuore andare in mille pezzi. Alekos è uscito di strada con l’auto, è morto. Oriana non crede alla favoletta dell’incidente, il suo uomo è stato ucciso perché era scomodo. Non va al funerale, vuole tenere quel dolore solo per sé. Mette una lapide nella sua casa di campagna, dove hanno vissuto insieme, e si siede alla scrivania. Vuole che tutti conoscano la sua storia, l’uomo che era, l’eroe che sarà, per sempre. È il 1979. Esce il libro che si intitola semplicemente Un uomo.

 

GERTRUDE STEIN

Lei è Gertrude. Vive a Parigi, è una scrittrice. Il suo salotto è il ritrovo di tutti gli intellettuali della città. È il 1907. Gertrude ha 33 anni. Sta attraversando un periodo buio, i suoi libri non vendono, i critici gliene dicono di ogni. Gertrude si sforza, ma non riesce a produrre niente di buono, si sente ferita, umiliata. È pomeriggio, bussano alla porta. Suo fratello è venuto a presentarle Alice, un’amica americana. Gertrude le porge la mano, la invita a fare due passi. Alice è colta, intelligente, Gertrude si trova subito a suo agio, parla a ruota libera, tira fuori tutte le sue frustrazioni. Alice ascolta, poi la guarda dritta negli occhi. Io credo nel tuo talento, so che puoi farcela. Gertrude è spiazzata, quelle parole le vibrano dentro. Il giorno dopo esce di casa, Alice la sta aspettando in strada, chiede se può farle da dattilografa. Lavorano fianco a fianco, un pomeriggio le loro mani si sfiorano, Gertrude sente il cuore battere forte. È confusa, spaventata, mentre ritrae la mano incrocia gli occhi di Alice, e capisce. Straccia dei fogli, improvvisa un anello. Mia cara Alice, non posso sposarti, ma niente e nessuno può impedirmi di amarti. Vivono insieme, senza clamore, con discrezione. Ogni mattina portano a spasso il cane, nel pomeriggio il loro salotto si riempie. Gertrude intrattiene gli ospiti con la sua parlantina, guai però ad avvicinarsi alle donne. Alice le pianta il muso per giorni. La sera, dopo la buonanotte, Gertrude impugna la penna e scrive come una furia, le parole premono, scalpitano per uscire. Dopo mesi di lavoro sfrenato, Gertrude rilegge, piange, bacia ogni singolo foglio. Dentro quelle pagine c’è tutto il suo amore, puro, cristallino, senza finzioni o giri di parole. Non vede l’ora di darlo alle stampe. Alice invece è preoccupata. Tutti sapranno di noi, sei proprio sicura? Gertrude sorride. Il nostro amore ha diritto di esistere come quello di chiunque altro. L’autobiografia di Alice B. Toklas è uno scandalo, e un successo. Gertrude Stein diventa uno dei pilastri della letteratura moderna.

 

NINA SIMONE

Lei è Eunice. Nasce a Tryon, negli Stati Uniti, nel 1933. Il padre si barcamena tra mille lavori, la madre è una predicatrice religiosa. Eunice ha 6 anni, va in chiesa, ascolta il suono dell’organo, rimane stregata. Mamma, posso provare a suonarlo? Muove la mani, riproduce la canzone appena sentita. La madre è sbalordita. Figlia mia, tutto questo da dove salta fuori? Eunice prende lezioni di pianoforte, suona Mozart, Bach, Beethoven, sogna grandi palcoscenici. Ha 10 anni, sta per esibirsi davanti alle persone più importanti della città. Ha il cuore a mille, cerca mamma e papà tra il pubblico, li saluta, poi assiste a una scena strana. I suoi genitori sono costretti a cedere il posto a una coppia di bianchi. Eunice salta in piedi, punta il dito. Non suonerò più una nota se la mia mamma e il mio papà non restano dove sono. Cala il silenzio, e l’imbarazzo. Eunice non si piega, viene accontentata. Il concerto è un grande successo, ma lei non è felice. Si sente umiliata. Giura a se stessa che diventerà la prima pianista nera di musica classica. Cresce, tenta l’ammissione in una scuola prestigiosa, gli insegnanti si congratulano. Hai talento, ma questo non è il tuo posto. Eunice piange di rabbia. Odia la sua pelle scura, è stanca di ricevere oltraggi, si fa chiamare Nina Simone e si esibisce nei nightclub. Un discografico le offre un contratto, Nina non ha niente da perdere. Suona con musicisti famosi, diventa una pianista e cantante di successo. Ma dentro di lei c’è sempre quel senso di vuoto. È il 1963. Nina ascolta una notizia sconvolgente. Quattro bambine nere sono state uccise in un attentato mentre erano a catechismo. Nina stringe il pugno, forte, fino a sanguinare. Prova rabbia, dolore, ma anche qualcosa di nuovo. Pesta le dita sul pianoforte, urla. Poi si guarda allo specchio, e sorride. Compone canzoni di protesta, canta contro il razzismo, inneggia all’uguaglianza. Riceve critiche, insulti e minacce. I suoi dischi tornano indietro spezzati in due, la carriera di Nina Simone cola a picco. Ma la piccola Eunice resta in piedi, con il dito puntato.

 

MARIANNA MUSOTTO

Marianna è sensibile, timida, i compagni la considerano una sfigata. Non ha fidanzato, né amici, passa il sabato in casa a studiare latino e greco. Un giorno scopre la musica jazz, il suono della tromba le entra nelle vene. Si iscrive al conservatorio, ma tutti la guardano storto: una donna non può suonare uno strumento da uomo.Dicono che il suo suono è diverso dagli altri, non va bene, deve omologarsi. Marianna non ci sta. Sarà sempre una outsider, è questa la sua forza.

 

ELLA FITZGERALD

Lei è Ella. Vive in Virginia, negli Stati Uniti. La madre lavora in una lavanderia. Del padre non c’è traccia, al suo posto c’è un uomo che Ella non sopporta, ma al quale regala sorrisi per quieto vivere.

Ha 15 anni, la madre si ammala. Ella le tiene per mano e inizia a cantare. Bambina mia, la tua voce mi riempie il cuore di felicità. Dopo quelle parole la sua mamma chiude gli occhi e non li riapre più. Ella resta sola con il suo patrigno. Lui beve, la picchia, la tocca come non si dovrebbe. Per stare lontana da casa, Ella prende qualsiasi lavoretto, fa pure la vedetta nei bordelli. Appena arriva la polizia, urla a squarciagola e tutti scappano. Scappa anche lei, ma gli agenti la acciuffano e la sbattono in orfanotrofio. Dentro è buio e freddo, e le botte sono all’ordine del giorno, Ella canta per sentirsi meno sola. Scappa. Vive per strada.

È il 1934, ha 17 anni. Il teatro più importante della città organizza un concorso. Ella sale sul palco, vorrebbe ballare, ma si sente goffa, allora chiude gli occhi e intona la canzone preferita della sua mamma. Il pubblico applaude, chiede il bis. Ella entra in una band, gira il paese, vuole rendere felici le persone, ma può esibirsi solo in piccoli locali. La fanno entrare dalla porta sul retro, deve usare bagni separati, e se qualcuno la insulta, deve starsene zitta e buona.

È il 1955. La chiamano dal Mocambo, il locale più esclusivo di Hollywood. Ella è incredula. I neri non hanno il permesso di entrare, ma Marilyn Monroe si è impuntata, l’ha voluta a tutti i costi. La sala è stracolma di attori, politici, stelle. Ella è nervosa, suda, avvolge il microfono nel foulard per non bagnarlo. Poi chiude gli occhi, fa un grande respiro e inizia a cantare. Il pubblico è in visibilio, tra quei volti sorridenti le sembra di vedere la sua mamma. Ella Fitzgerald diventa la First lady of song. Risponde a discriminazioni e razzismo con il canto, la sua voce risuona in tutto il mondo, tra gente di ogni razza e religione, ricchi e poveri. Quando Marilyn muore, Ella la ringrazia. Basta odio, siamo tutti esseri umani.

 
 

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GERTRUDE EDERLE

Lei è Gertrude, nasce a New York nel 1905. I genitori gestiscono una macelleria. Gertrude impara a nuotare nel fiume, si sente tutt’uno con l’acqua, la accarezza, le parla, è la sua migliore amica.

Ha 15 anni, si iscrive in piscina, nuota per ore senza stancarsi. L’istruttore è sbigottito. Ma sei davvero una ragazza? Gertrude lo fulmina con lo sguardo. Molla la scuola e si dedica al nuoto. Partecipa alle gare nazionali di stile libero, qualche giudice la prende in giro. Sei solo una femmina, cosa vuoi fare? Gertrude glielo dimostra. Vince, e si qualifica per le Olimpiadi. Il pubblico mormora. Cosa ci fa una donna nella squadra di nuoto? Gertrude risponde a modo suo. Conquista un oro e due bronzi. Ma non le basta. Parla all’allenatore e ai compagni. Voglio attraversare la Manica a nuoto. Gli uomini sgranano gli occhi. Tu? Una donna? Gertrude stringe i pugni, si allena tutti i giorni e tenta l’impresa. Dopo ore di bracciate, si ferma per tirare il fiato. L’allenatore si avvicina con la barca. Stai male? Lo dicevo che una ragazza non può farcela. Allunga un braccio per aiutarla, ma è contro il regolamento. Gertrude viene squalificata. È furibonda, ma ancora più determinata.

È il 1926, Gertrude si trova a Cap Gris-Nez, in Francia. Guarda l’orizzonte, fa un grande respiro, si tuffa. Dopo qualche bracciata comincia a piovere. Il mare si agita, onde di sette metri la sommergono. Gertrude lotta con tutte le sue forze per stare a galla. Attraversa la tempesta, finché le nuvole scompaiono e torna il sereno. È riuscita a tenere la rotta, ma è distrutta. Il corpo la implora di fermarsi, il cuore la spinge oltre. Gertrude continua a nuotare, socchiude gli occhi, davanti a lei c’è la costa inglese. Con uno sforzo disumano aumenta la velocità, e finalmente tocca la riva. I giudici guardano il cronometro, strabuzzano gli occhi. Impossibile! Gertrude Ederle è la prima donna ad aver compiuto quell’impresa, ma non è tutto. Ha impiegato solo quattordici ore. Ha battuto ogni record maschile. È la nuotatrice più forte di tutti.

 
 

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DALILÙ

Dalila è una bambina timida, si vergogna anche a parlare, per superare l’imbarazzo inventa storie che fa recitare ai suoi compagni di classe.

Cresce, scopre YouTube, prende la chitarra e si filma mentre suona, senza pensarci, con spensieratezza e libertà. Diventa Dalilù, una filmmaker.

La macchina da presa le permette di esprimere quello che non riesce a dire a voce. Perché in fondo quella bambina timida, è ancora dentro di lei.

 
 

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MARILYN MONROE

Lei è Norma. Nasce a Los Angeles nel 1926. Il padre non c’è, non esiste. La madre lavora tutto il santo giorno. Norma vive dai vicini di casa. Aspetta con ansia il weekend, appena suona il campanello corre alla porta e si tuffa nelle braccia della mamma. Mangiano il gelato, poi vanno a trovare la nonna. Dopopranzo Norma si stende sul lettino e si addormenta. Sogna di annegare, si sveglia trafelata, apre gli occhi. Ha un cuscino sulla faccia, non riesce a respirare. La nonna! Non può essere. Le sta addosso. Ha una faccia spiritata. Per fortuna arriva la mamma. Non piangere piccola mia, nonna non voleva farti male, è tutta colpa di una brutta malattia. Norma segue la madre nel suo bungalow bianco. È felice, finalmente potrà stare sempre con lei. I giorni volano sereni. Norma è in casa, sente delle urla. Mamma? La donna si gira. Norma conosce quello sguardo, sono gli stessi occhi della nonna. Ha paura. Si rintana in un angolo. Arriva la polizia, poi degli uomini in camice bianco. Portano via la sua mamma. Non la vede più. Norma dorme da un’amica, poi finisce in orfanotrofio. Passa da una famiglia all’altra, piange lacrime amare, affida i suoi pensieri a un diario segreto, il suo unico amico. Il tempo scorre. Norma sta dormendo, si sveglia di soprassalto. Il padrone di casa le è addosso, ha infilato una mano sotto il suo pigiama. È l’uomo a cui è stata affidata, quello che dovrebbe prendersi cura di lei. Norma urla, scalcia, lo mette in fuga, poi racconta tutto alla moglie e si becca della poco di buono. Tornatene in orfanotrofio! Norma è stufa di elemosinare affetto. Prende il diario. Quegli uomini che ora pensano di avermi schioccando le dita, un giorno dovranno cadere ai miei piedi, e le donne che mi offendono vorranno essere come me. Si tinge i capelli di biondo platino, le labbra di rosso e cammina a testa alta verso la collina di Hollywood. Marilyn Monroe è una diva. Ero una piccola donna in un mondo troppo grande, stanca di fare la principessa che aspetta di essere salvata, ho scelto di diventare una guerriera che si salva da sola.

 
 

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Marie Curie

Lei è Maria. Nasce in Polonia nel 1867. È una bambina diligente, passa i pomeriggi sui libri. Ha 8 anni, torna da scuola, non trova la mamma. È morta di tifo. Maria ingoia le lacrime, si rifugia nella lettura. È una studentessa brillante, sogna l’università. I professori le parlano con franchezza. Alle donne non è concesso. Maria confida la sua frustrazione alla sorella maggiore, che le propone un patto. In Francia le ragazze sono ben accette. Tu lavora, paga i mei studi, io mi laureo e finanzio i tuoi. Maria trova un impiego come domestica, si tappa il naso per anni, finché riceve un biglietto per Parigi. Ora è il tuo turno, sorellina. Si iscrive alla Sorbona e si fa chiamare Marie, alla francese. Vive di pane, frutta e tanto studio. In tre anni si laurea in Chimica e Fisica. Entra in laboratorio, dietro le provette scorge un uomo. È Pierre Curie, il famoso scienziato. Le mostra i suoi esperimenti, chiede la sua opinione. Marie ha il batticuore. Lo sposa. Si amano, si rispettano, uniscono le forze e insieme vincono il premio Nobel per la Fisica. Prima della cerimonia i giudici pregano Marie di stare zitta. Lasci parlare gli uomini. È il 1903. Sta lavorando, bussano alla porta. Tuo marito è finito sotto una carrozza! Marie gli dice addio tra le lacrime. È a pezzi. Si rintana in laboratorio, non pensa ad altro. Dopo quattro anni rivede un vecchio amico, sente di nuovo le farfalle nello stomaco. Lui è sposato, ma dopo anni di solitudine non riesce a frenare le emozioni. Segue il cuore. Una mattina apre il giornale. La descrivono come una ruba mariti, screditano il suo lavoro. Marie sopporta le umiliazioni in silenzio, intanto riceve un telegramma. Ha vinto il secondo Nobel, ma i colleghi le sconsigliano di farsi vedere alla cerimonia. Marie Curie sente il sangue ribollire. Entra nella sala a testa alta, guarda tutti negli occhi. Ho lavorato sodo per questo premio, me lo merito. È mio e di tutte le donne che verranno. Non abbiate paura, nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire.

 
 

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Anna Magnani

Lei è Anna. Nasce a Roma nel 1908. Il padre è non pervenuto, la madre le fa ciao ciao con la manina e si trasferisce ad Alessandria d’Egitto con un altro uomo. Anna cresce con la nonna e le zie. È una bambina allegra, ama gli animali. La piccola gallina nera che gironzola per casa è la sua migliore amica. Tutte le sere si affaccia alla finestra, guarda l’orizzonte, sogna l’abbraccio della sua mamma.

Ha 15 anni. Anna riceve una lettera. Parte, sbarca ad Alessandria, scorge una donna. Mammina! Chiude gli occhi per gustarsi l'agognato abbraccio. La madre le sistema il cappello. Ma dove l’hai preso? È ridicolo. Anna muore di vergogna. Le va dietro. Entra nella sua nuova casa, si ritrova circondata dal lusso, ma non si sente a suo agio. Le manca la nonna, la sua camera e la gallina. Prepara la valigia e torna a Roma. Nonna Giovanna la accoglie a braccia aperte.

Ha 18 anni. Fa la comparsa in teatro, assapora il palcoscenico, il sudore nei camerini, il panino tra una prova e l’altra. Ha trovato il suo posto nel mondo. Si parte per una tournèe, Anna è al settimo cielo. La nonna è triste, malinconica. Anna vorrebbe stringerla forte. Non lo fa, si trattiene. Passano sei mesi. Riceve una telefonata. La nonna è morta. Corre a casa, bacia quel volto tanto amato. Ti prometto che vivrò senza rimpianti. Torna sul palco. Anna Magnani non recita, rivive ogni volta nel personaggio. Un uomo bussa alla porta del camerino. È elegante, garbato. Anna lo sposa. Lo ama, viene tradita, lo lascia. Incontra un altro uomo, resta incinta, cresce il figlio da sola, a testa alta. Si dedica alla carriera, conquista il cinema con la sua risata spontanea. A ogni truccatore ripete la stessa cosa. Non togliermi neanche una ruga, le ho pagate tutte molto care.

È il 1973. Anna ha 65 anni, è un’attrice affermata, ha lavorato a Hollywood, ha vinto un Oscar, non si è risparmiata. Ripensa a quella bambina smarrita. Vorrebbe abbracciarla, dirle che andrà tutto bene, non è sola. Chiude gli occhi. Sente il profumo della nonna, le sue braccia calde la stringono. Non le lascia più.

 
 

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ALESSIA MORO

Alessia nasce a Udine in una bella giornata di primavera.

Quando ha 18 mesi, i genitori si accorgono che qualcosa non va. Dopo una serie di esami, arriva il verdetto: Alessia non sente.

Alessia va subito dalla logopedista, poco alla volta impara a parlare e comporre frasi.

La scuola è faticosa, non riesce a seguire gli insegnanti, i compagni si stufano di ripetere.

Alessia si sente sola.

A 23 anni realizza il suo primo book fotografico come modella, inizia per gioco, poi ci prende gusto.

Attraverso l’obbiettivo riesce a comunicare, a far conoscere la sua visione della vita e del mondo, ma anche ad ascoltare gli altri, a sentire quello che hanno da dire dal profondo della loro anima.

 

RITA LEVI-MONTALCINI

Lei è Rita. Nasce a Torino nel 1909. Il padre è un ingegnere, la madre fa la pittrice. Rita cresce con due sorelle, di cui una gemella, e un fratello. È una bambina curiosa, legge tanto, si appassiona ai numeri. Corre dal padre. Papino, posso studiare Matematica come te? L’uomo scuote la testa. È roba da uomini, farai il liceo femminile, come le tue sorelle. Rita apre i libri di cucina, scorre qualche riga, li richiude all’istante. Ha i brividi. Si sente sbagliata, fuori posto. Confida le sue angosce alla governante. Giovanna le asciuga le lacrime e la porta a passeggio nei boschi. Rita respira, si tranquillizza.

Ha 21 anni. Le sorelle lasciano il nido. Il padre la punzecchia. E tu, quando ti sposi? Rita inorridisce al solo pensiero. Ha paura, non sa cosa vuole fare nella vita. Si rifugia dall’amata governante. La trova a letto, malata. Bambina mia, ho il tumore. Rita la veglia giorno e notte, vuole aiutarla, ma non sa come. Alla fine le dice addio tra le lacrime. Esce, ripercorre i sentieri battuti con Giovanna, passo dopo passo il suo cuore si alleggerisce, d’improvviso è tutto chiaro. Rita torna a casa, irrompe nello studio. Papà, non voglio diventare una madre, tantomeno una moglie, io voglio fare il medico. Il padre si alza in piedi. Non ti approvo figlia mia, ma non posso impedirtelo. Rita scoppia di gioia. Recupera il tempo perduto, in otto mesi si diploma da privatista al liceo classico e si iscrive in Medicina. Scoppia la seconda guerra mondiale, Rita studia anche sotto i bombardamenti, si specializza in Neurologia, crea un laboratorio nella sua casa, si sente viva. Un giorno squilla il telefono. Rita ascolta, non crede alle sue orecchie. L’università di St. Louis, negli Stati Uniti, la vuole come ricercatrice. È dei nostri signorina? Rita non se lo fa ripetere due volte.

È il 1986, Rita Levi Montalcini vola a Stoccolma, è la prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la Medicina. Lo dedica a Giovanna e a tutte le donne del mondo. Non accettate compromessi, non sottomettetevi, coltivate il coraggio di ribellarvi.

 
 

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RITA HAYWORTH

Lei è Margarita. Nasce a New York nel 1918. La mamma fa l'attrice, il padre è un ballerino di flamenco. A casa comanda lui, è un uomo forte e autoritario. Margarita si affaccia alla finestra, i fratelli stanno giocando sul prato, corrono, si divertono. Papà, ti prego, posso andare? L’uomo la tira per un braccio. Balla! Diventerai una star, non hai tempo per queste sciocchezze. Margarita ha 12 anni. Si esibisce nei casinò, va avanti per tutta la notte. Gli uomini fumano, bevono, applaudono. Lei piange. Cresce.

È il 1937. Uno del pubblico la raggiunge in camerino. Ha il doppio dei suoi anni, fa il venditore d'auto. Ci sa fare. Tu sei nata per recitare, io ti darò amore e successo. Margarita vede una via di fuga dal padre, lo sposa. Cercava un marito e una famiglia, trova un manager. Diventa Rita Hayworth. È la donna più desiderata del mondo. La sera torna a casa, lui non c’è, se la spassa per locali. Rita beve, balla da sola, si butta nel lavoro. La sua strada incrocia quella di Orson Welles, lo ama dal primo minuto, lascia il marito e si risposa. Si dedica anima e corpo al grande amore della sua vita, rimane incinta, diventa madre. Orson intanto fa tardi la sera. Rita chiede spiegazioni, lui è spietato. Ho sposato una diva, mi ritrovo una casalinga.

È di nuovo sola, vuole qualcuno che la ami, finisce tra le braccia di uomini che vanno a letto con Gilda, il personaggio di un suo film, e si svegliano con lei. L’ultimo è un principe, ricopre di fiori le suite d’albergo e le infila un anello di diamanti al dito. Nasce la seconda figlia, lei pensa alle poppate, lui corre dietro alle altrui sottane. Rita trova conforto tra le braccia di un cantante, poi di un produttore. Il tempo passa. Sono gli anni Settanta. Rita esce da sola con i cani nel cuore della notte a Beverly Hills, nella speranza di parlare con i vicini. Beve, sul set dimentica le battute.

Ha l’Alzheimer. Sono andati tutti via. Ha paura. Qualcuno suona alla sua porta. Tu chi sei? È la sua figlia piccola. Mamma, mi prendo cura di te, non preoccuparti, non ti lascio sola.

 
 

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JACKIE KENNEDY

Lei è Jacqueline. Nasce nel 1929 in una famiglia dell’alta società di New York. È una bambina introversa e riservata, si chiude nella sua cameretta, legge tanti libri. La mamma dice che non va bene, la trascina ai corsi di equitazione, sci nautico, danza. Piccola mia, crescerai, diventerai la moglie perfetta di un uomo importante. Jacqueline frequenta le scuole migliori e le persone giuste, ma è irrequieta e ribelle.

Cresce, ha 18 anni, si diploma, scrive una dedica sulla foto di classe. Voglio affermarmi nella vita, mi rifiuto di fare la casalinga. Prende una laurea in Storia dell’Arte, lavora in un giornale, conosce un ragazzo, vuole sposarlo. La madre porta la tazzina di tè alle labbra. Piccola mia, il suo conto in banca non è alla tua altezza, la felicità passa dal denaro e dal potere. Jacqueline vorrebbe urlare, ma abbassa la testa e restituisce l’anello. Si concentra sulla carriera, intervista John Kennedy, un giovane deputato, bello, intelligente, ricchissimo. Qualche mese dopo sfoggia un diamante enorme al dito. La mamma è felice, e sceglie l’abito da sposa per la figlia.

È il 1953. Jacqueline rinuncia alla carriera, diventa la moglie perfetta. Chiude un occhio sulle scappatelle del marito, lo accompagna ai comizi, mette al mondo due figli bellissimi. John viene eletto presidente degli Stati Uniti, lei diventa Jackie Kennedy, la First Lady.

È il 1963. Jackie e John sono belli, ricchi, potenti, hanno il mondo ai loro piedi. Sfilano per le strade di Dallas, parte un colpo di fucile. Jackie stringe tra le braccia il corpo senza vita del marito. Ha perso tutto. È sola, e spaventata. Segue l’insegnamento della madre. Si sposa con Aristotele Onassis, l’uomo più ricco del mondo. Stanno insieme qualche anno, poi lui muore.

Jackie ha solo 46 anni, è ancora bella ed elegante, può puntare in alto. Ma è stanca. Cerca un lavoro, diventa consulente per una casa editrice. Non vuole più essere la figlia o la moglie di qualcuno. Vuole essere solo Jacqueline.

 
 

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VICTOIRE GOULOUBI

Victoire Gouloubi nasce nel Congo Brazzavile il giorno 8 maggio del 1981, cresce in una famiglia numerosa, 15 fratelli e sorelle. Dopo la maturità linguistica, si iscrive all’università, facoltà di Giurisprudenza, ma intanto coltiva la sua grande passione per la cucina, che in quegli anni diventa la sua scelta di vita.

Arriva in Italia nel Duemila, si stabilisce in Veneto, perfeziona i suoi studi sulla cucina a Feltre, poi a Vicenza, infine si trasferisce a Milano. Gli aspiranti cuochi fanno la fila davanti al ristorante di Claudio Saber, due stelle Michelin. Con grande emozione, Victoire entra nella squadra di un professionista che la prende per mano, la aiuta, le insegna.

Vince il premio Touring Club Italia come buona cucina, l’Espresso, Ambassador dei We Women for Expo 2015. Premio “Donna dell’anno” 2015 all’Africa-Italia business awards.

È una delle protagoniste chef di "The Goddess of Food", premiato film della regista francese Verane Frediani.

Presidente dell'associazione "Le Toques Africains", e ideatrice e conduttrice del programma “Il Tocco di Victoire” sul Gambero Rosso Sky Chanel.

Sposata con Simone, avvocato di Milano, con il quale ha avuto due figli.

 
 

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ELSA SCHIAPARELLI

Lei è Elsa. Nasce a Roma nel 1890. Papà e mamma sono di origini aristocratiche. Elsa è una bambina vivace, sfugge al controllo delle tate, si chiude in camera, esce con naso, bocca e orecchie piene di semi. Guardate, non sembro un giardino fiorito?

Ha 6 anni, va a scuola, torna con il broncio. La minestra della mensa non è buona! Nessuno le crede. Elsa la porta a casa e la serve di nascosto alla famiglia. Segue una nottata di mal di stomaco e corse in bagno. Lo zio Giovanni è un famoso astronomo, Elsa gli mostra i nei che ha sulla guancia. Zietto, cosa ti ricordano? Lui scruta, soppesa, si illumina. Bambina mia, ma tu hai l’Orsa Maggiore sul viso! Poi le mostra le stelle dal telescopio. Ti svelo un segreto, su Marte abitano persone come noi due. Elsa si emoziona. Cosa vuol dire? Lo zio ride. Lo capirai presto piccola mia.

Cresce, ha 21 anni, sogna di fare l’attrice, i genitori la vogliono letterata. Elsa scrive un libro. Il padre legge, arrossisce, si indigna. Ma questo è un poema licenzioso! La chiudono in un convento svizzero. Elsa fugge a Londra, conosce il Conte de Kerlor, un chiromante, donnaiolo e squattrinato.

Lo sposa. È il 1920. Nasce la figlia Gogo, il marito se la dà a gambe. Elsa sbarca a Parigi, entra in una boutique, tocca le stoffe, si perde nei colori. Farò la stilista! Gli amici cercano di dissuaderla. Cara, faresti meglio a coltivar patate. Elsa lavora da casa, poi compra un negozio vicino a quello di Coco Chanel. Si fanno la guerra a suon di merletti. Elsa partecipa a un ballo vestita da albero. Chanel la spinge contro il candelabro, l’abito prende fuoco, Elsa lo spegne con la soda. Inventa il rosa shocking, realizza gonne con le aragoste e un cappello a forma di scarpa. I suoi vestiti sfidano ogni logica, ma fanno impazzire le signore.

È il 1939. La collezione Astrologie la consacra nell’universo della moda, il pezzo forte è una spilla con il Grande Carro. Elsa Schiaparelli se la appunta all’abito. Caro zio, avevi ragione, sono un’aliena, una pazza, una bambina colma di fantasia che sogna le stelle.

 
 

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MARIA CALLAS

Lei è Maria. Nasce a New York nel 1923. L’ostetrica la avvolge in una coperta, la madre sgrana gli occhi e la respinge al mittente. Volevo un maschio. Impiega quattro giorni prima di stringerla al petto. Maria cresce, è una bambina grassa e miope. Le attenzioni sono tutte per la sorella maggiore, alla quale viene concesso un maestro di canto. Maria si nasconde dietro la porta, ascolta, poi va in salotto e ripete i vocalizzi. La gente in strada si ferma estasiata. La madre capitola, le concede un maestro. Maria canta, si impegna, vuole renderla orgogliosa. Ha 11 anni, arriva prima a un concorso, vince un orologio. La madre non vuole sentire storie. Dallo a tua sorella! Maria ubbidisce, tra le lacrime.

È il 1937. I genitori si separano, Maria segue la mamma in Grecia, la loro terra d’origine. Frequenta il conservatorio, si esibisce nei teatri, canta sino allo sfinimento. La musica è la sua unica amica, la sua ragione di vita, la sua dimensione nel mondo. La sua voce crea una corazza che la avvolge e la protegge.

È il 1945. Maria infila tre camicette in una valigia e parte, tenta la fortuna negli Stati Uniti, poi in Italia. Ottiene un’audizione a Verona. È pesante, goffa, sgraziata, ma la sua voce ammalia. L’imprenditore Giovanni Battista Meneghini rimane folgorato. Maria di più. È il primo essere umano che le concede attenzioni. Diventa il suo manager, poi suo marito. Piovono offerte di lavoro, i teatri di tutto il mondo se la litigano. Maria perde trentasei chili, cambia modo di vestire, diventa la Callas, la Divina.

È il 1957.  Incontra Aristotele Onassis, l’uomo più ricco del mondo. Maria molla il marito e si butta tra le sue braccia. Sogna una casa e una famiglia. Dopo nove anni di fuoco, lui la saluta e sposa Jackie Kennedy. Maria si asciuga le lacrime, rifà il trucco e affronta a testa alta una tournée mondiale.

È il 1974. Sale sul palco di Sapporo, in Giappone, per l’ultima tappa. Ha paura. La voce cede, l’abbandona. Maria si ritrova sola, fragile, indifesa. Il pubblico si alza in piedi e applaude.

 
 

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Miriam Makeba

Lei è Miriam. Nasce in un sobborgo di Johannesburg, in Sudafrica, nel 1932. La madre partorisce da sola, dentro una capanna. Taglia il cordone ombelicale, avvolge la piccola in uno straccio e la adagia per terra, sul fango. Piangi figlia mia, vivi. Miriam emette un lamento, sembra un canto.

Ha 5 anni. La madre fa la domestica nelle case dei bianchi, Miriam va a trovarla una volta al mese. Scende dal treno, le corre incontro. Qualcuno urla, la polizia sbatte a terra un uomo, lo prende a calci e pugni, gli sputa addosso. Miriam è terrorizzata. La madre se la stringe forte al petto. Figlia mia, non piangere, canta, sempre, ovunque, la vita è bella.

Passano gli anni. Miriam entra nel coro della scuola, è brava, la scelgono per cantare da sola davanti a re Giorgio d’Inghilterra. Miriam aspetta per ore, sotto la pioggia, la sua voce fa vibrare le baionette, il sovrano passa, non la degna nemmeno di uno sguardo, tira dritto. Miriam continua a cantare.

Ha 17 anni, diventa mamma. Si occupa della figlia, lavora, fa la domestica, la bambinaia, la lavandaia. Un cugino le propone di esibirsi con la sua band, Miriam scoppia di gioia. La sua voce arriva alle orecchie di alcuni discografici, le propongono una tournée. Miriam parte a piedi scalzi, senza valigie. Canta sui palcoscenici di tutto il mondo, denuncia l’apartheid, urla a squarciagola la sofferenza del suo popolo.

È il 1960. La madre muore. Miriam è negli Stati Uniti, si prepara a rientrare a casa, ma il Sudafrica le sbatte la porta sulla faccia e bandisce le sue canzoni. Miriam canta disperata. Si sposta da uno Stato all’altro, assiste impotente alla morte della figlia, il palco è la sua unica casa.

È il 1990. Nelson Mandela è un uomo libero, la chiama. Miriam Makeba atterra a Johannesburg, corre sulla tomba della madre, piange. Attorno a lei si raduna una folla, bambini e adulti intonano le sue canzoni, ballano, la sommergono di sorrisi. Grazie Mama Africa, grazie per quello che hai fatto. Miriam è incredula, si asciuga le lacrime. Avevi ragione mamma, la vita è bella.

 
 

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L’arte di Gloria: i corpi delle donne.

"LE SPOGLIO PER RENDERLE LIBERE".

Nasce in una piccola cittadina ligure, cresce nel tormento dei pensieri e nell’analisi delle genti.

Studentessa di Beni Artistici con base a Firenze, per certi versi pittrice, alcune volte immersa nei secoli scorsi cercando di percepire l’amor feroce che si cela dietro uno scritto, un dipinto, un dialogo.

Si perde nella tela e nei pensieri per creare inclusione nella nudità, abbattendo i canoni estetici.

L’indole filosofica e umana è quella di un’artista, incline alla riflessione e al raggiungimento di uno spazio artistico inclusivo, un riparo per chi si sente fragile.

 
 

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