Benvenuta nello spazio, interamente dedicato a storie di empowerment femminile. Una comunità di donne eccezionali che si sostengono e autopromuovono fra di loro.

Qui condivideremo i racconti di figure storiche e le vicende di donne contemporanee con l’intento di ispirare, celebrare e sostenere tutte le donne nelle loro sfide quotidiane piccole o grandi che siano.

Da oltre 70 anni, siamo impegnati nella creazione di capi che permettano alle donne di muoversi ed esprimersi liberamente, sentendosi allo stesso tempo bellissime. E’ giunto il momento di riaffermare il nostro impegno dando voce e visibilità al lungo cammino verso l’emancipazione, l’autostima, la determinazione e la coscienza di sé.

Questa campagna è realizzata in collaborazione con il giornalista Carmelo Abbate per tanti anni inviato speciale del settimanale Panorama, ora artefice del progetto digitale multimediale “Storie degli Altri” (Stories and People), che si articola in diversi canali: social network, sito Internet, libri, podcast, video, e nuovi format che in un anno e mezzo hanno raggiunto in modo organico una comunità di oltre mezzo milione di donne.

 

NINA SIMONE

Lei è Eunice. Nasce a Tryon, negli Stati Uniti, nel 1933. Il padre si barcamena tra mille lavori, la madre è una predicatrice religiosa. Eunice ha 6 anni, va in chiesa, ascolta il suono dell’organo, rimane stregata. Mamma, posso provare a suonarlo? Muove la mani, riproduce la canzone appena sentita. La madre è sbalordita. Figlia mia, tutto questo da dove salta fuori? Eunice prende lezioni di pianoforte, suona Mozart, Bach, Beethoven, sogna grandi palcoscenici. Ha 10 anni, sta per esibirsi davanti alle persone più importanti della città. Ha il cuore a mille, cerca mamma e papà tra il pubblico, li saluta, poi assiste a una scena strana. I suoi genitori sono costretti a cedere il posto a una coppia di bianchi. Eunice salta in piedi, punta il dito. Non suonerò più una nota se la mia mamma e il mio papà non restano dove sono. Cala il silenzio, e l’imbarazzo. Eunice non si piega, viene accontentata. Il concerto è un grande successo, ma lei non è felice. Si sente umiliata. Giura a se stessa che diventerà la prima pianista nera di musica classica. Cresce, tenta l’ammissione in una scuola prestigiosa, gli insegnanti si congratulano. Hai talento, ma questo non è il tuo posto. Eunice piange di rabbia. Odia la sua pelle scura, è stanca di ricevere oltraggi, si fa chiamare Nina Simone e si esibisce nei nightclub. Un discografico le offre un contratto, Nina non ha niente da perdere. Suona con musicisti famosi, diventa una pianista e cantante di successo. Ma dentro di lei c’è sempre quel senso di vuoto. È il 1963. Nina ascolta una notizia sconvolgente. Quattro bambine nere sono state uccise in un attentato mentre erano a catechismo. Nina stringe il pugno, forte, fino a sanguinare. Prova rabbia, dolore, ma anche qualcosa di nuovo. Pesta le dita sul pianoforte, urla. Poi si guarda allo specchio, e sorride. Compone canzoni di protesta, canta contro il razzismo, inneggia all’uguaglianza. Riceve critiche, insulti e minacce. I suoi dischi tornano indietro spezzati in due, la carriera di Nina Simone cola a picco. Ma la piccola Eunice resta in piedi, con il dito puntato.

 

MARIANNA MUSOTTO

Marianna è sensibile, timida, i compagni la considerano una sfigata. Non ha fidanzato, né amici, passa il sabato in casa a studiare latino e greco. Un giorno scopre la musica jazz, il suono della tromba le entra nelle vene. Si iscrive al conservatorio, ma tutti la guardano storto: una donna non può suonare uno strumento da uomo.Dicono che il suo suono è diverso dagli altri, non va bene, deve omologarsi. Marianna non ci sta. Sarà sempre una outsider, è questa la sua forza.

 

ELLA FITZGERALD

Lei è Ella. Vive in Virginia, negli Stati Uniti. La madre lavora in una lavanderia. Del padre non c’è traccia, al suo posto c’è un uomo che Ella non sopporta, ma al quale regala sorrisi per quieto vivere.

Ha 15 anni, la madre si ammala. Ella le tiene per mano e inizia a cantare. Bambina mia, la tua voce mi riempie il cuore di felicità. Dopo quelle parole la sua mamma chiude gli occhi e non li riapre più. Ella resta sola con il suo patrigno. Lui beve, la picchia, la tocca come non si dovrebbe. Per stare lontana da casa, Ella prende qualsiasi lavoretto, fa pure la vedetta nei bordelli. Appena arriva la polizia, urla a squarciagola e tutti scappano. Scappa anche lei, ma gli agenti la acciuffano e la sbattono in orfanotrofio. Dentro è buio e freddo, e le botte sono all’ordine del giorno, Ella canta per sentirsi meno sola. Scappa. Vive per strada.

È il 1934, ha 17 anni. Il teatro più importante della città organizza un concorso. Ella sale sul palco, vorrebbe ballare, ma si sente goffa, allora chiude gli occhi e intona la canzone preferita della sua mamma. Il pubblico applaude, chiede il bis. Ella entra in una band, gira il paese, vuole rendere felici le persone, ma può esibirsi solo in piccoli locali. La fanno entrare dalla porta sul retro, deve usare bagni separati, e se qualcuno la insulta, deve starsene zitta e buona.

È il 1955. La chiamano dal Mocambo, il locale più esclusivo di Hollywood. Ella è incredula. I neri non hanno il permesso di entrare, ma Marilyn Monroe si è impuntata, l’ha voluta a tutti i costi. La sala è stracolma di attori, politici, stelle. Ella è nervosa, suda, avvolge il microfono nel foulard per non bagnarlo. Poi chiude gli occhi, fa un grande respiro e inizia a cantare. Il pubblico è in visibilio, tra quei volti sorridenti le sembra di vedere la sua mamma. Ella Fitzgerald diventa la First lady of song. Risponde a discriminazioni e razzismo con il canto, la sua voce risuona in tutto il mondo, tra gente di ogni razza e religione, ricchi e poveri. Quando Marilyn muore, Ella la ringrazia. Basta odio, siamo tutti esseri umani.

 
 

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GERTRUDE EDERLE

Lei è Gertrude, nasce a New York nel 1905. I genitori gestiscono una macelleria. Gertrude impara a nuotare nel fiume, si sente tutt’uno con l’acqua, la accarezza, le parla, è la sua migliore amica.

Ha 15 anni, si iscrive in piscina, nuota per ore senza stancarsi. L’istruttore è sbigottito. Ma sei davvero una ragazza? Gertrude lo fulmina con lo sguardo. Molla la scuola e si dedica al nuoto. Partecipa alle gare nazionali di stile libero, qualche giudice la prende in giro. Sei solo una femmina, cosa vuoi fare? Gertrude glielo dimostra. Vince, e si qualifica per le Olimpiadi. Il pubblico mormora. Cosa ci fa una donna nella squadra di nuoto? Gertrude risponde a modo suo. Conquista un oro e due bronzi. Ma non le basta. Parla all’allenatore e ai compagni. Voglio attraversare la Manica a nuoto. Gli uomini sgranano gli occhi. Tu? Una donna? Gertrude stringe i pugni, si allena tutti i giorni e tenta l’impresa. Dopo ore di bracciate, si ferma per tirare il fiato. L’allenatore si avvicina con la barca. Stai male? Lo dicevo che una ragazza non può farcela. Allunga un braccio per aiutarla, ma è contro il regolamento. Gertrude viene squalificata. È furibonda, ma ancora più determinata.

È il 1926, Gertrude si trova a Cap Gris-Nez, in Francia. Guarda l’orizzonte, fa un grande respiro, si tuffa. Dopo qualche bracciata comincia a piovere. Il mare si agita, onde di sette metri la sommergono. Gertrude lotta con tutte le sue forze per stare a galla. Attraversa la tempesta, finché le nuvole scompaiono e torna il sereno. È riuscita a tenere la rotta, ma è distrutta. Il corpo la implora di fermarsi, il cuore la spinge oltre. Gertrude continua a nuotare, socchiude gli occhi, davanti a lei c’è la costa inglese. Con uno sforzo disumano aumenta la velocità, e finalmente tocca la riva. I giudici guardano il cronometro, strabuzzano gli occhi. Impossibile! Gertrude Ederle è la prima donna ad aver compiuto quell’impresa, ma non è tutto. Ha impiegato solo quattordici ore. Ha battuto ogni record maschile. È la nuotatrice più forte di tutti.

 
 

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DALILÙ

Dalila è una bambina timida, si vergogna anche a parlare, per superare l’imbarazzo inventa storie che fa recitare ai suoi compagni di classe.

Cresce, scopre YouTube, prende la chitarra e si filma mentre suona, senza pensarci, con spensieratezza e libertà. Diventa Dalilù, una filmmaker.

La macchina da presa le permette di esprimere quello che non riesce a dire a voce. Perché in fondo quella bambina timida, è ancora dentro di lei.

 
 

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MARILYN MONROE

Lei è Norma. Nasce a Los Angeles nel 1926. Il padre non c’è, non esiste. La madre lavora tutto il santo giorno. Norma vive dai vicini di casa. Aspetta con ansia il weekend, appena suona il campanello corre alla porta e si tuffa nelle braccia della mamma. Mangiano il gelato, poi vanno a trovare la nonna. Dopopranzo Norma si stende sul lettino e si addormenta. Sogna di annegare, si sveglia trafelata, apre gli occhi. Ha un cuscino sulla faccia, non riesce a respirare. La nonna! Non può essere. Le sta addosso. Ha una faccia spiritata. Per fortuna arriva la mamma. Non piangere piccola mia, nonna non voleva farti male, è tutta colpa di una brutta malattia. Norma segue la madre nel suo bungalow bianco. È felice, finalmente potrà stare sempre con lei. I giorni volano sereni. Norma è in casa, sente delle urla. Mamma? La donna si gira. Norma conosce quello sguardo, sono gli stessi occhi della nonna. Ha paura. Si rintana in un angolo. Arriva la polizia, poi degli uomini in camice bianco. Portano via la sua mamma. Non la vede più. Norma dorme da un’amica, poi finisce in orfanotrofio. Passa da una famiglia all’altra, piange lacrime amare, affida i suoi pensieri a un diario segreto, il suo unico amico. Il tempo scorre. Norma sta dormendo, si sveglia di soprassalto. Il padrone di casa le è addosso, ha infilato una mano sotto il suo pigiama. È l’uomo a cui è stata affidata, quello che dovrebbe prendersi cura di lei. Norma urla, scalcia, lo mette in fuga, poi racconta tutto alla moglie e si becca della poco di buono. Tornatene in orfanotrofio! Norma è stufa di elemosinare affetto. Prende il diario. Quegli uomini che ora pensano di avermi schioccando le dita, un giorno dovranno cadere ai miei piedi, e le donne che mi offendono vorranno essere come me. Si tinge i capelli di biondo platino, le labbra di rosso e cammina a testa alta verso la collina di Hollywood. Marilyn Monroe è una diva. Ero una piccola donna in un mondo troppo grande, stanca di fare la principessa che aspetta di essere salvata, ho scelto di diventare una guerriera che si salva da sola.

 
 

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Marie Curie

Lei è Maria. Nasce in Polonia nel 1867. È una bambina diligente, passa i pomeriggi sui libri. Ha 8 anni, torna da scuola, non trova la mamma. È morta di tifo. Maria ingoia le lacrime, si rifugia nella lettura. È una studentessa brillante, sogna l’università. I professori le parlano con franchezza. Alle donne non è concesso. Maria confida la sua frustrazione alla sorella maggiore, che le propone un patto. In Francia le ragazze sono ben accette. Tu lavora, paga i mei studi, io mi laureo e finanzio i tuoi. Maria trova un impiego come domestica, si tappa il naso per anni, finché riceve un biglietto per Parigi. Ora è il tuo turno, sorellina. Si iscrive alla Sorbona e si fa chiamare Marie, alla francese. Vive di pane, frutta e tanto studio. In tre anni si laurea in Chimica e Fisica. Entra in laboratorio, dietro le provette scorge un uomo. È Pierre Curie, il famoso scienziato. Le mostra i suoi esperimenti, chiede la sua opinione. Marie ha il batticuore. Lo sposa. Si amano, si rispettano, uniscono le forze e insieme vincono il premio Nobel per la Fisica. Prima della cerimonia i giudici pregano Marie di stare zitta. Lasci parlare gli uomini. È il 1903. Sta lavorando, bussano alla porta. Tuo marito è finito sotto una carrozza! Marie gli dice addio tra le lacrime. È a pezzi. Si rintana in laboratorio, non pensa ad altro. Dopo quattro anni rivede un vecchio amico, sente di nuovo le farfalle nello stomaco. Lui è sposato, ma dopo anni di solitudine non riesce a frenare le emozioni. Segue il cuore. Una mattina apre il giornale. La descrivono come una ruba mariti, screditano il suo lavoro. Marie sopporta le umiliazioni in silenzio, intanto riceve un telegramma. Ha vinto il secondo Nobel, ma i colleghi le sconsigliano di farsi vedere alla cerimonia. Marie Curie sente il sangue ribollire. Entra nella sala a testa alta, guarda tutti negli occhi. Ho lavorato sodo per questo premio, me lo merito. È mio e di tutte le donne che verranno. Non abbiate paura, nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire.

 
 

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Anna Magnani

Lei è Anna. Nasce a Roma nel 1908. Il padre è non pervenuto, la madre le fa ciao ciao con la manina e si trasferisce ad Alessandria d’Egitto con un altro uomo. Anna cresce con la nonna e le zie. È una bambina allegra, ama gli animali. La piccola gallina nera che gironzola per casa è la sua migliore amica. Tutte le sere si affaccia alla finestra, guarda l’orizzonte, sogna l’abbraccio della sua mamma.

Ha 15 anni. Anna riceve una lettera. Parte, sbarca ad Alessandria, scorge una donna. Mammina! Chiude gli occhi per gustarsi l'agognato abbraccio. La madre le sistema il cappello. Ma dove l’hai preso? È ridicolo. Anna muore di vergogna. Le va dietro. Entra nella sua nuova casa, si ritrova circondata dal lusso, ma non si sente a suo agio. Le manca la nonna, la sua camera e la gallina. Prepara la valigia e torna a Roma. Nonna Giovanna la accoglie a braccia aperte.

Ha 18 anni. Fa la comparsa in teatro, assapora il palcoscenico, il sudore nei camerini, il panino tra una prova e l’altra. Ha trovato il suo posto nel mondo. Si parte per una tournèe, Anna è al settimo cielo. La nonna è triste, malinconica. Anna vorrebbe stringerla forte. Non lo fa, si trattiene. Passano sei mesi. Riceve una telefonata. La nonna è morta. Corre a casa, bacia quel volto tanto amato. Ti prometto che vivrò senza rimpianti. Torna sul palco. Anna Magnani non recita, rivive ogni volta nel personaggio. Un uomo bussa alla porta del camerino. È elegante, garbato. Anna lo sposa. Lo ama, viene tradita, lo lascia. Incontra un altro uomo, resta incinta, cresce il figlio da sola, a testa alta. Si dedica alla carriera, conquista il cinema con la sua risata spontanea. A ogni truccatore ripete la stessa cosa. Non togliermi neanche una ruga, le ho pagate tutte molto care.

È il 1973. Anna ha 65 anni, è un’attrice affermata, ha lavorato a Hollywood, ha vinto un Oscar, non si è risparmiata. Ripensa a quella bambina smarrita. Vorrebbe abbracciarla, dirle che andrà tutto bene, non è sola. Chiude gli occhi. Sente il profumo della nonna, le sue braccia calde la stringono. Non le lascia più.

 
 

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ALESSIA MORO

Alessia nasce a Udine in una bella giornata di primavera.

Quando ha 18 mesi, i genitori si accorgono che qualcosa non va. Dopo una serie di esami, arriva il verdetto: Alessia non sente.

Alessia va subito dalla logopedista, poco alla volta impara a parlare e comporre frasi.

La scuola è faticosa, non riesce a seguire gli insegnanti, i compagni si stufano di ripetere.

Alessia si sente sola.

A 23 anni realizza il suo primo book fotografico come modella, inizia per gioco, poi ci prende gusto.

Attraverso l’obbiettivo riesce a comunicare, a far conoscere la sua visione della vita e del mondo, ma anche ad ascoltare gli altri, a sentire quello che hanno da dire dal profondo della loro anima.

 

RITA LEVI-MONTALCINI

Lei è Rita. Nasce a Torino nel 1909. Il padre è un ingegnere, la madre fa la pittrice. Rita cresce con due sorelle, di cui una gemella, e un fratello. È una bambina curiosa, legge tanto, si appassiona ai numeri. Corre dal padre. Papino, posso studiare Matematica come te? L’uomo scuote la testa. È roba da uomini, farai il liceo femminile, come le tue sorelle. Rita apre i libri di cucina, scorre qualche riga, li richiude all’istante. Ha i brividi. Si sente sbagliata, fuori posto. Confida le sue angosce alla governante. Giovanna le asciuga le lacrime e la porta a passeggio nei boschi. Rita respira, si tranquillizza.

Ha 21 anni. Le sorelle lasciano il nido. Il padre la punzecchia. E tu, quando ti sposi? Rita inorridisce al solo pensiero. Ha paura, non sa cosa vuole fare nella vita. Si rifugia dall’amata governante. La trova a letto, malata. Bambina mia, ho il tumore. Rita la veglia giorno e notte, vuole aiutarla, ma non sa come. Alla fine le dice addio tra le lacrime. Esce, ripercorre i sentieri battuti con Giovanna, passo dopo passo il suo cuore si alleggerisce, d’improvviso è tutto chiaro. Rita torna a casa, irrompe nello studio. Papà, non voglio diventare una madre, tantomeno una moglie, io voglio fare il medico. Il padre si alza in piedi. Non ti approvo figlia mia, ma non posso impedirtelo. Rita scoppia di gioia. Recupera il tempo perduto, in otto mesi si diploma da privatista al liceo classico e si iscrive in Medicina. Scoppia la seconda guerra mondiale, Rita studia anche sotto i bombardamenti, si specializza in Neurologia, crea un laboratorio nella sua casa, si sente viva. Un giorno squilla il telefono. Rita ascolta, non crede alle sue orecchie. L’università di St. Louis, negli Stati Uniti, la vuole come ricercatrice. È dei nostri signorina? Rita non se lo fa ripetere due volte.

È il 1986, Rita Levi Montalcini vola a Stoccolma, è la prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la Medicina. Lo dedica a Giovanna e a tutte le donne del mondo. Non accettate compromessi, non sottomettetevi, coltivate il coraggio di ribellarvi.

 
 

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RITA HAYWORTH

Lei è Margarita. Nasce a New York nel 1918. La mamma fa l'attrice, il padre è un ballerino di flamenco. A casa comanda lui, è un uomo forte e autoritario. Margarita si affaccia alla finestra, i fratelli stanno giocando sul prato, corrono, si divertono. Papà, ti prego, posso andare? L’uomo la tira per un braccio. Balla! Diventerai una star, non hai tempo per queste sciocchezze. Margarita ha 12 anni. Si esibisce nei casinò, va avanti per tutta la notte. Gli uomini fumano, bevono, applaudono. Lei piange. Cresce.

È il 1937. Uno del pubblico la raggiunge in camerino. Ha il doppio dei suoi anni, fa il venditore d'auto. Ci sa fare. Tu sei nata per recitare, io ti darò amore e successo. Margarita vede una via di fuga dal padre, lo sposa. Cercava un marito e una famiglia, trova un manager. Diventa Rita Hayworth. È la donna più desiderata del mondo. La sera torna a casa, lui non c’è, se la spassa per locali. Rita beve, balla da sola, si butta nel lavoro. La sua strada incrocia quella di Orson Welles, lo ama dal primo minuto, lascia il marito e si risposa. Si dedica anima e corpo al grande amore della sua vita, rimane incinta, diventa madre. Orson intanto fa tardi la sera. Rita chiede spiegazioni, lui è spietato. Ho sposato una diva, mi ritrovo una casalinga.

È di nuovo sola, vuole qualcuno che la ami, finisce tra le braccia di uomini che vanno a letto con Gilda, il personaggio di un suo film, e si svegliano con lei. L’ultimo è un principe, ricopre di fiori le suite d’albergo e le infila un anello di diamanti al dito. Nasce la seconda figlia, lei pensa alle poppate, lui corre dietro alle altrui sottane. Rita trova conforto tra le braccia di un cantante, poi di un produttore. Il tempo passa. Sono gli anni Settanta. Rita esce da sola con i cani nel cuore della notte a Beverly Hills, nella speranza di parlare con i vicini. Beve, sul set dimentica le battute.

Ha l’Alzheimer. Sono andati tutti via. Ha paura. Qualcuno suona alla sua porta. Tu chi sei? È la sua figlia piccola. Mamma, mi prendo cura di te, non preoccuparti, non ti lascio sola.

 
 

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JACKIE KENNEDY

Lei è Jacqueline. Nasce nel 1929 in una famiglia dell’alta società di New York. È una bambina introversa e riservata, si chiude nella sua cameretta, legge tanti libri. La mamma dice che non va bene, la trascina ai corsi di equitazione, sci nautico, danza. Piccola mia, crescerai, diventerai la moglie perfetta di un uomo importante. Jacqueline frequenta le scuole migliori e le persone giuste, ma è irrequieta e ribelle.

Cresce, ha 18 anni, si diploma, scrive una dedica sulla foto di classe. Voglio affermarmi nella vita, mi rifiuto di fare la casalinga. Prende una laurea in Storia dell’Arte, lavora in un giornale, conosce un ragazzo, vuole sposarlo. La madre porta la tazzina di tè alle labbra. Piccola mia, il suo conto in banca non è alla tua altezza, la felicità passa dal denaro e dal potere. Jacqueline vorrebbe urlare, ma abbassa la testa e restituisce l’anello. Si concentra sulla carriera, intervista John Kennedy, un giovane deputato, bello, intelligente, ricchissimo. Qualche mese dopo sfoggia un diamante enorme al dito. La mamma è felice, e sceglie l’abito da sposa per la figlia.

È il 1953. Jacqueline rinuncia alla carriera, diventa la moglie perfetta. Chiude un occhio sulle scappatelle del marito, lo accompagna ai comizi, mette al mondo due figli bellissimi. John viene eletto presidente degli Stati Uniti, lei diventa Jackie Kennedy, la First Lady.

È il 1963. Jackie e John sono belli, ricchi, potenti, hanno il mondo ai loro piedi. Sfilano per le strade di Dallas, parte un colpo di fucile. Jackie stringe tra le braccia il corpo senza vita del marito. Ha perso tutto. È sola, e spaventata. Segue l’insegnamento della madre. Si sposa con Aristotele Onassis, l’uomo più ricco del mondo. Stanno insieme qualche anno, poi lui muore.

Jackie ha solo 46 anni, è ancora bella ed elegante, può puntare in alto. Ma è stanca. Cerca un lavoro, diventa consulente per una casa editrice. Non vuole più essere la figlia o la moglie di qualcuno. Vuole essere solo Jacqueline.

 
 

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VICTOIRE GOULOUBI

Victoire Gouloubi nasce nel Congo Brazzavile il giorno 8 maggio del 1981, cresce in una famiglia numerosa, 15 fratelli e sorelle. Dopo la maturità linguistica, si iscrive all’università, facoltà di Giurisprudenza, ma intanto coltiva la sua grande passione per la cucina, che in quegli anni diventa la sua scelta di vita.

Arriva in Italia nel Duemila, si stabilisce in Veneto, perfeziona i suoi studi sulla cucina a Feltre, poi a Vicenza, infine si trasferisce a Milano. Gli aspiranti cuochi fanno la fila davanti al ristorante di Claudio Saber, due stelle Michelin. Con grande emozione, Victoire entra nella squadra di un professionista che la prende per mano, la aiuta, le insegna.

Vince il premio Touring Club Italia come buona cucina, l’Espresso, Ambassador dei We Women for Expo 2015. Premio “Donna dell’anno” 2015 all’Africa-Italia business awards.

È una delle protagoniste chef di "The Goddess of Food", premiato film della regista francese Verane Frediani.

Presidente dell'associazione "Le Toques Africains", e ideatrice e conduttrice del programma “Il Tocco di Victoire” sul Gambero Rosso Sky Chanel.

Sposata con Simone, avvocato di Milano, con il quale ha avuto due figli.

 
 

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ELSA SCHIAPARELLI

Lei è Elsa. Nasce a Roma nel 1890. Papà e mamma sono di origini aristocratiche. Elsa è una bambina vivace, sfugge al controllo delle tate, si chiude in camera, esce con naso, bocca e orecchie piene di semi. Guardate, non sembro un giardino fiorito?

Ha 6 anni, va a scuola, torna con il broncio. La minestra della mensa non è buona! Nessuno le crede. Elsa la porta a casa e la serve di nascosto alla famiglia. Segue una nottata di mal di stomaco e corse in bagno. Lo zio Giovanni è un famoso astronomo, Elsa gli mostra i nei che ha sulla guancia. Zietto, cosa ti ricordano? Lui scruta, soppesa, si illumina. Bambina mia, ma tu hai l’Orsa Maggiore sul viso! Poi le mostra le stelle dal telescopio. Ti svelo un segreto, su Marte abitano persone come noi due. Elsa si emoziona. Cosa vuol dire? Lo zio ride. Lo capirai presto piccola mia.

Cresce, ha 21 anni, sogna di fare l’attrice, i genitori la vogliono letterata. Elsa scrive un libro. Il padre legge, arrossisce, si indigna. Ma questo è un poema licenzioso! La chiudono in un convento svizzero. Elsa fugge a Londra, conosce il Conte de Kerlor, un chiromante, donnaiolo e squattrinato.

Lo sposa. È il 1920. Nasce la figlia Gogo, il marito se la dà a gambe. Elsa sbarca a Parigi, entra in una boutique, tocca le stoffe, si perde nei colori. Farò la stilista! Gli amici cercano di dissuaderla. Cara, faresti meglio a coltivar patate. Elsa lavora da casa, poi compra un negozio vicino a quello di Coco Chanel. Si fanno la guerra a suon di merletti. Elsa partecipa a un ballo vestita da albero. Chanel la spinge contro il candelabro, l’abito prende fuoco, Elsa lo spegne con la soda. Inventa il rosa shocking, realizza gonne con le aragoste e un cappello a forma di scarpa. I suoi vestiti sfidano ogni logica, ma fanno impazzire le signore.

È il 1939. La collezione Astrologie la consacra nell’universo della moda, il pezzo forte è una spilla con il Grande Carro. Elsa Schiaparelli se la appunta all’abito. Caro zio, avevi ragione, sono un’aliena, una pazza, una bambina colma di fantasia che sogna le stelle.

 
 

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MARIA CALLAS

Lei è Maria. Nasce a New York nel 1923. L’ostetrica la avvolge in una coperta, la madre sgrana gli occhi e la respinge al mittente. Volevo un maschio. Impiega quattro giorni prima di stringerla al petto. Maria cresce, è una bambina grassa e miope. Le attenzioni sono tutte per la sorella maggiore, alla quale viene concesso un maestro di canto. Maria si nasconde dietro la porta, ascolta, poi va in salotto e ripete i vocalizzi. La gente in strada si ferma estasiata. La madre capitola, le concede un maestro. Maria canta, si impegna, vuole renderla orgogliosa. Ha 11 anni, arriva prima a un concorso, vince un orologio. La madre non vuole sentire storie. Dallo a tua sorella! Maria ubbidisce, tra le lacrime.

È il 1937. I genitori si separano, Maria segue la mamma in Grecia, la loro terra d’origine. Frequenta il conservatorio, si esibisce nei teatri, canta sino allo sfinimento. La musica è la sua unica amica, la sua ragione di vita, la sua dimensione nel mondo. La sua voce crea una corazza che la avvolge e la protegge.

È il 1945. Maria infila tre camicette in una valigia e parte, tenta la fortuna negli Stati Uniti, poi in Italia. Ottiene un’audizione a Verona. È pesante, goffa, sgraziata, ma la sua voce ammalia. L’imprenditore Giovanni Battista Meneghini rimane folgorato. Maria di più. È il primo essere umano che le concede attenzioni. Diventa il suo manager, poi suo marito. Piovono offerte di lavoro, i teatri di tutto il mondo se la litigano. Maria perde trentasei chili, cambia modo di vestire, diventa la Callas, la Divina.

È il 1957.  Incontra Aristotele Onassis, l’uomo più ricco del mondo. Maria molla il marito e si butta tra le sue braccia. Sogna una casa e una famiglia. Dopo nove anni di fuoco, lui la saluta e sposa Jackie Kennedy. Maria si asciuga le lacrime, rifà il trucco e affronta a testa alta una tournée mondiale.

È il 1974. Sale sul palco di Sapporo, in Giappone, per l’ultima tappa. Ha paura. La voce cede, l’abbandona. Maria si ritrova sola, fragile, indifesa. Il pubblico si alza in piedi e applaude.

 
 

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Miriam Makeba

Lei è Miriam. Nasce in un sobborgo di Johannesburg, in Sudafrica, nel 1932. La madre partorisce da sola, dentro una capanna. Taglia il cordone ombelicale, avvolge la piccola in uno straccio e la adagia per terra, sul fango. Piangi figlia mia, vivi. Miriam emette un lamento, sembra un canto.

Ha 5 anni. La madre fa la domestica nelle case dei bianchi, Miriam va a trovarla una volta al mese. Scende dal treno, le corre incontro. Qualcuno urla, la polizia sbatte a terra un uomo, lo prende a calci e pugni, gli sputa addosso. Miriam è terrorizzata. La madre se la stringe forte al petto. Figlia mia, non piangere, canta, sempre, ovunque, la vita è bella.

Passano gli anni. Miriam entra nel coro della scuola, è brava, la scelgono per cantare da sola davanti a re Giorgio d’Inghilterra. Miriam aspetta per ore, sotto la pioggia, la sua voce fa vibrare le baionette, il sovrano passa, non la degna nemmeno di uno sguardo, tira dritto. Miriam continua a cantare.

Ha 17 anni, diventa mamma. Si occupa della figlia, lavora, fa la domestica, la bambinaia, la lavandaia. Un cugino le propone di esibirsi con la sua band, Miriam scoppia di gioia. La sua voce arriva alle orecchie di alcuni discografici, le propongono una tournée. Miriam parte a piedi scalzi, senza valigie. Canta sui palcoscenici di tutto il mondo, denuncia l’apartheid, urla a squarciagola la sofferenza del suo popolo.

È il 1960. La madre muore. Miriam è negli Stati Uniti, si prepara a rientrare a casa, ma il Sudafrica le sbatte la porta sulla faccia e bandisce le sue canzoni. Miriam canta disperata. Si sposta da uno Stato all’altro, assiste impotente alla morte della figlia, il palco è la sua unica casa.

È il 1990. Nelson Mandela è un uomo libero, la chiama. Miriam Makeba atterra a Johannesburg, corre sulla tomba della madre, piange. Attorno a lei si raduna una folla, bambini e adulti intonano le sue canzoni, ballano, la sommergono di sorrisi. Grazie Mama Africa, grazie per quello che hai fatto. Miriam è incredula, si asciuga le lacrime. Avevi ragione mamma, la vita è bella.

 
 

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L’arte di Gloria: i corpi delle donne.

"LE SPOGLIO PER RENDERLE LIBERE".

Nasce in una piccola cittadina ligure, cresce nel tormento dei pensieri e nell’analisi delle genti.

Studentessa di Beni Artistici con base a Firenze, per certi versi pittrice, alcune volte immersa nei secoli scorsi cercando di percepire l’amor feroce che si cela dietro uno scritto, un dipinto, un dialogo.

Si perde nella tela e nei pensieri per creare inclusione nella nudità, abbattendo i canoni estetici.

L’indole filosofica e umana è quella di un’artista, incline alla riflessione e al raggiungimento di uno spazio artistico inclusivo, un riparo per chi si sente fragile.

 
 

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